L'editoriale di Carlo Formenti su PugliaWebTv

carlo formenti

Lo scorso 1 Aprile ho partecipato con curiosità e interesse alla presentazione del
progetto Pugliawebtv che si è tenuta alle Officine Cantelmo di Lecce. Purtroppo alcuni
impegni mi hanno impedito di ascoltare tutti i contributi delle wetv pugliesi che si
apprestano a dare vita a un sito comune con lo scopo, da un lato, di aggregare le
rispettive produzioni e fungere da “vetrina” nazionale della creatività pugliese in questo
settore, dall’altro lato, di potenziare la raccolta di annunci pubblicitari.

Quanto ho potuto vedere e sentire, tuttavia, basta a suggerirmi due spunti di riflessione. In primo
luogo, credo che per realtà come le vostre l’obiettivo di “crescere”, nell’attuale fase di
sviluppo dell’economia e della cultura di rete, sia una vera e propria condizione di
esistenza. Certo è possibile sopravvivere in una dimensione puramente locale, se si
svolge una funzione di “servizio” nei confronti di una comunità. Ma ciò significa
rinunciare a ogni concreta possibilità di sviluppo professionale e occupazionale. Ma si
può diventare “grandi”, mainstream, senza rinunciare al proprio patrimonio
socioculturale (e quindi “politico” nel senso più ampio del termine)?

La sfida è difficile ma non impossibile. Lo dimostra – l’esempio è forse troppo ambizioso, ma prendetelo
nel verso giusto, guardando alla logica e non alle dimensioni – la storia dello “Huffington
Post”: nato come aggregatore di blog è oggi in grado di fare concorrenza al “New York
Times”, avendo progressivamente integrato il contributo (gratuito) dei blogger con il
lavoro di cento redattori retribuiti. Certo, parliamo di tutt’altro mercato, e parliamo di
una realtà che – dopo la recente acquisizione da parte del colosso AOL – è diventata
anche “troppo” mainstream, ma credo che il vostro progetto possa fare - su scala minore
– qualcosa di simile: estendere il bacino di utenza, integrare contenuti che interessino
un pubblico non solo regionale, raccogliere pubblicità sufficiente a permettere al
maggior numero possibile di operatori di divenire professionisti retribuiti.

Secondo spunto di riflessione: il citizen journalism non può più accontentarsi della dimensione
puramente locale. Le migliaia di sguardi elettronici che monitorano in tempo reale il
territorio rischiano di ridursi a subfornitori di materia prima gratuita per i big media, se
non riescono ad andare al di là della “registrazione” di eventi locali, se non riescono cioè
a tradurre il flusso di esperienze, creatività e cultura che “sale” dai territori in “eventi”
capaci di imporsi all’agenda setting dei media tradizionali. Ma per questo - oltre alla
capacità di nuotare come pesci nella propria comunità – ci vogliono organizzazione,
risorse, professionalità. Quindi al lavoro e buona fortuna.

Carlo Formenti
Docente di Teoria e tecnica dei nuovi media presso l'Università del Salento
giornalista del Corriere della Sera