Da Torre Lapillo alla Palude del Conte, le passeggiate del SAC

Un vento leggero, che si lascia appena percepire e sale ad asciugare il sudore sulla schiena, porta l'odore della liquirizia selvatica dai fiori minuscoli che lasciano il loro afrore tra i polpastrelli se li sfiori.
Il percorso che da Torre Lapillo si inerpica lungo la costa frastagliata, fazzoletti di roccia bagnata dal mar Jonio e la luce morbida del pomeriggio che trascolora, è un giardino di erbe aromatiche e fiori preziosi, dalla natura leggendaria, espressione di una vita in grado di adattarsi a qualunque clima e avversità. I gigli delle dune, i cui petali sembrano la camiciola di un derviscio nell'atto di meditare girando su se stesso come un bambino, sono uno stupore bianco che punteggia la sabbia a ridosso delle baie piccole e grandi percorse dai viaggiatori attenti e da noi di SalentoWeb.Tv.

Continua, infatti, il nostro viaggio alla scoperta dei paesaggi e dei tesori architettonici del SAC Arneo Costa dei Ginepri e così, dopo aver raccontato la Palude del Capitano a Porto Selvaggio, attraverso una video visita guidata, abbiamo attraversato gli itinerari che serpeggiano intorno a Torre Lapillo, in località Castiglione, frazione di Porto Cesareo. L'escursione terminata al tramonto sulla terrazza della torre, è stata guidata dal CEA Centro Educazione Ambientale Porto Cesareo in collaborazione con Axa Cultura Lecce e InCima - Social Network Strategy.

In questo luogo il dialogo tra la primavera e l'estate inoltrata è ininterrotto, contiguo come il legame tra due amanti. La fioritura del timo e del mirto e la compresenza dei gigli delle dune all'ombra dei ginepri, vicino ai cespugli di liquirizia, stupisce chi viaggia a queste latitudini alla scoperta di un Salento autentico, ricco di sfumature e pieno di doline carsiche nascoste nella macchia.

La prima tappa della nostra escursione è proprio in riva ad una di queste "spundurate", l'acqua è popolata di pesci e le rocce conservano traccia del passato, hanno tono, voce, memoria. Tanto quanto le pietre ammucchiate intorno al rudere detto "puestu" (postino) che anticamente serviva per la sosta dei cavalli, ora circondato da formicai popolati da formiche solerti e giganti che si arrampicano svelte sui piedi di chi passa ad osservare da vicino questo microcosmo.

I sentieri costruiti dai camminamenti sono labili, la sabbia, la terra rossa, le pietraie, coprono e svelano ripensamenti di passi, stagioni, anni avvallati su questa costa che assomiglia ad una pianura lunare e che come la luna ha un volto mutevole, suscettibile di variazioni dettate dalle fasi di luce che di ora in ora compenetrano ogni materia, fino al giardino di posidonia, segno di antichi movimenti ondosi, una massa di alghe in cui affondiamo i piedi avvertendo la presa come di passaggio su un tappeto, la morbida capigliatura dello Jonio che si è frantumata ed essiccata al sole sino a formare montagnole che si aprono a ventaglio.

La "Spundurata" più grande è un mondo a parte, ricca di vegetazione e profonda, sembra un varco, il passaggio segreto in grado do introdurci in una dimensione altrimenti irraggiungibile e che pure si lascia percepire, cogliere, stupisce e ammutolisce chi passa a sporgersi in assoluto silenzio per non disturbare i pesci che dimorano in queste acque. Le spundurate di Torre Lapillo tendono a slargarsi col passare del tempo, il terreno che le circonda è friabile e la loro circonferenza è destinata a diventare sempre più importante.

Il ritorno alla Torre è lento mentre alle nostre spalle il sole comincia la sua discesa verso lo specchio d'acqua che muove morbidi riflessi, le sagome dei bagnanti sono forme nette, tutto è amalgamato nell'ora aranciata che evolve rendendo i dettagli indistinguibili e potenziando la bellezza di questo luogo selvaggio.

In cima alla terrazza dell'antica torre di avvistamento, una delle tante che proteggevano le coste salentine dalle incursioni turche, attendiamo anche noi, come i visitatori spaesati e rallentati dalla bellezza assorbita durante l'escursione, che il sole compia il suo percorso spingendo i colori del grande cielo del sud al limite. Un limite che traguardiamo con gli sguardi, all'unisono, guardando la sfera rossa che scende come nei miraggi di terre lontane, nei sogni, nelle poesie di chi ha cantato questa geografia rendendola visibile, ma sempre inafferrabile come lo è quella luce che resta sospesa un istante all'orizzonte prima di lasciarci immersi nell'ora blu.