Perché abbiamo bisogno di "The Social Network", il film su Facebook

Di Giovanni De Stefano
Non c'è aspetto del linguaggio di internet, neppure la filmografia porno-gonzo, che rispetti e decanti la natura dei leccesi come Facebook. Sebbene il social network fondato da Mark Zuckerberg sia nato nel cuore del Massachusetts, sono talmente tanti i punti di contatto che le sue funzionalità presentano nei confronti della natura più intima dei salentini, che avrebbe potuto essere stato sviluppato a Zollino, e non avrebbe fatto alcuna differenza.

Il discorso si può estendere al punto che, Facebook, ormai, è uno strumento che "leccesizza" anche quando usato a insospettabili latitudini e longitudini geografiche. Di fatto, l'effetto Facebook armonizza e narcotizza i confini sempre più labili, nella società contemporanea, fra la spacconata, la menzogna e l'idea di noi che vogliamo consegnare, di volta in volta, di status in status, agli altri. Ovvero, a tutti.

Ogni core, taggato su Facebook, immediatamente diventa presciato, senza distinzioni di razze, colori e culture. Presciato sia perché si illude di essere finalmente solo quello che vuole mostrare di sé, e nient'altro di quello che vuole far sapere di sé; cosa che riduce ognuno di noi a una sorta di amico immaginario di noi stessi con migliori denti (punti di vista), più capelli, tanti più amici, zero dubbi esistenziali e una pressocché totale incapacità di fare la spesa o anche solo a avvicinarsi all'entrata di un locale che sia meno alla moda di una discoteca di Santa Cesarea Terme.

In più, cosa altrettanto grave, Facebook ci illude di essere un'altra persona più esperta di internet, rispetto a noi. Ci presuade che internet sia Facebook. Una comunione dei beni letale per la creatività e per l'iniziativa. Ci fa scordare, ad esempio, quanto siano importanti i blog, i commenti dei lettori da analizzare e, perché, no, da moderare, prendendosi la responsabilità di quello che si fa, e non affidando a un algoritmo, opportunamente pilotato, all'occorrenza, il compito di discernere fra il bene e il male, fra "Facebook per te continua" e la cancellazione-pena di morte per chi ha osato una volta di troppo una parola tabù.

Uno straordinario film diretto da David Fincher (quello di Fight Club e di Panic Room), la cui uscita è prevista nelle sale italiane per l'11 novembre 2010, ci si pone il compito di fare un po' di chiarezza fra tutte queste problematiche "glocal" e tante altre. Almeno, lo si spera. Soprattutto se sarà la degna versione cinematografica del libro da cui è tratto.

"The social Network", dal bestseller di Ben Mezrich "Accidental Billionaires", è la storia irta di difficoltà tecnologiche e di facilitazioni da furbetti della Silicon Valley, di come Facebook sia in realtà tutt'altro rispetto a quello che, ormai, visualizziamo mentalmente, ogni volta che pensiamo ad esso. Vale a dire: Facebook non è un progetto delle donne più belle del nostro paeselle, ordito per arrivare al nostro conto corrente infinito, oppure alla nostra mera, abbagliante avvenenza fisica. Facebook non lo inventiamo noi ogni volta che lo adoperiamo: semmai è il triste contrario.

Il libro è stato un successo principalmente per questo motivo: ha fatto mettere i piedi per terra al ragazzo che Facebook lo ha materialmente costruito e portato al successo, come alla maggior parte dei 500 milioni di suoi adepti che se ne ritengono, quantomeno, i cofondatori. Dai 500 milioni, naturalmente, vanno esclusi, da una parte, quelli che non siano più dotati della capacità di leggere libri e, dall'altra, quelli risultino troppo orgogliosi per farsi anche un'esame di incoscienza.

E scoprire, prima che sia troppo tardi, che Facebook non è stato inventato a Zollino.