Sakineh e le altre. In attesa della medesima sentenza capitale: lapidazione

Sakineh, la donna iraniana condannata a morte per adulterio

di Lara Napoli
Dite a tutto il mondo che ho paura di morire”. Sono le parole di Sakineh, la donna iraniana condannata a morte per adulterio e concorso in omicidio. Una donna di 43 anni, madre di due figli che rischia oggi la morte per lapidazione (dopo aver già subito 99 frustate a titolo di " esempio" in presenza di suo figlio). E’ ormai divenuta il simbolo della mobilitazione internazionale contro la pena di morte, ma altre donne accusate di adulterio sono in attesa della medesima sentenza capitale nel regime degli ayatollah. Donne che non hanno beneficiato della stessa notorietà e il cui destino rischia di compiersi nell'ombra.

Altre Sakineh, quindi, in Iran attualmente sono condannate alla lapidazione in attesa che la sentenza sia eseguita. Sono costrette alla confessione dopo aver ricevuto numerose frustate e subìto torture, finite in carcere a seguito di processi sommari e senza un'adeguata assistenza legale. Donne e madri di famiglia, che aspettano il compiersi inesorabile di una sentenza capitale tra atroci sofferenze. Alcune di loro arrivano a preferire l'impiccagione alla lapidazione. Per loro ormai non importa più di essere giustiziate, ma non vogliono essere lapidate.

Meglio morire subito con un cappio al collo che essere prese a sassate ripetutamente sulla testa. Il rituale infatti è agghiacciante: avvolta in un sudario bianco, la donna punita viene sepolta fino al petto e uccisa da parenti e astanti a colpi di pietre, le cui dimensioni dovrebbero essere tali da non consentirle una morte troppo rapida. Di media grandezza, le pietre dovrebbero garantire la durata media dell'esecuzione: circa trenta minuti.

Questa è una realtà che il mondo conosce. Una realtà descritta dal dossier sulla lapidazione in Iran presentato dall'associazione "Nessuno Tocchi Caino" in occasione dell'ottava Giornata Mondiale Contro la Pena di Morte, quest'anno dedicata alla pena capitale negli Stati Uniti. Tra le approfondite pagine di studi si legge che l'Iran è attualmente l'unico Paese al mondo a praticare la lapidazione, per un totale di sei esecuzioni dal 2006 ad oggi. Probabilmente ci sono anche altri casi di cui non si è a conoscenza.

“Se vogliamo analizzare veramente la realtà iraniana – dichiara Abbasgholizadeh, tra le fondatrici del comitato internazionale contro la lapidazione nella Repubblica Islamica – dobbiamo conoscere anche la situazione di altri prigionieri di cui non si parla. In Iran – precisa – 110 persone, tra cui dieci donne, sono state uccise dopo le elezioni, ci sono 800 prigionieri politici in carcere, molti uomini e donne sono stati stuprati in prigione e tanti altri attivisti sono stati costretti a lasciare il loro Paese a causa di pesanti intimidazioni. L’aspetto più grave e’ che il governo sembra non curarsi affatto di mettere in mostra i suoi crimini”.

Secondo l’attivista per i diritti umani la situazione delle prigioniere politiche è drammatica. Durante gli interrogatori non si ha il diritto di contattare la propria famiglia, l’alimentazione in carcere è pessima e le detenute sono spesso denutrite. L’unica cosa che le loro famiglie possono fare è versare soldi per far loro acquistare un po’ di cibo in più. Ma la situazione peggiore riguarda i bambini che nascono in carcere, che non hanno giochi né diritto a un’alimentazione corretta.

Insomma, al di là dell'urgenza di un caso individuale e particolare come quello di Sakineh, va assicurato il rispetto della dignità e della libertà di tutte le donne iraniane, siano esse musulmane o di qualunque altra confessione religiosa o anche laiche. Un appello pressante e condiviso da milioni di uomini e donne che il caso Sakineh ha comunque mobilitato in tutto il mondo! Una mobilitazione che chiede non solo una misura temporanea quale la sospensione della lapidazione di Sakineh, ma la pura e semplice abolizione di questa pratica!