Costume Provincial. I leccesi e il bikesharing

Il servizio di bike sharing del Comune di Lecce, dopo qualche mese di prova su strada, si è rivelato uno dei casi italiani meno fallimentari di applicazione del format "Bicincittà" a una realtà pigra o, comunque, fortemente automobile-dipendente. Il segreto del successo dell'iniziativa non sta, però, nelle intuizioni logistiche o nelle capacità organizzative di qualche assessore particolarmente giovane o brillante; né tantomeno nella sensibilità delle masse nei confronti dello strumento di mobilità più intelligente che l'umanità abbia inventato, perlomeno dopo la bellezza femminile.

Il fatto è che una minoranza di leccesi ha saputo interpretare il concetto di condivisione di bici pubbliche in maniera del tutto innovativa. Lecce è una piazza molto diversa rispetto alla realtà di una metropoli complessa come Roma, in cui le colonnine di Bicincittà sono semplicemente ignorate, alla stregua di un parcheggiatore abusivo che non sappia essere persuasivo nella retorica del racket; e in cui solo una persona seriamente deviata di mente o un magistrato con manie di protagonismo può pensare seriamente di usare una bicicletta per spostarsi, visti il tipo di traffico e il tipo di escursione altimetrica fra quartieri o anche solo zone di quartieri. Solo Milano sembra avere le caratteristiche socio-antro-sciurologiche per potersi permettere un servizio Bicincittà sfruttato ed efficiente senza pretendere idee geniali dalla sua popolazione. Dio solo sa quanti chilometri macinano ogni giorno quelle signore lombarde in K-Way.

Come è riuscito il leccese a fare la differenza? Come ha potuto rendere usabile l'inusabile? Come ha aggirato gli ostacoli forniti dai limiti stessi dei suoi amministratori pubblici? La risposta è semplice quando geniale. Direi un uovo di Colombo, se non fosse meglio dire: "il catenaccio di Girardengo", in omaggio alla stupenda canzone di Francesco De Gregori dedicata al mondo dei fuorilegge in sella.

Come pochi sanno - perché pochi hanno richiesto, per 25 euro, una tessera Bicincittà - insieme con la detta tessera magnetica e 5 euro di credito per usare le bici, l'Amministrazione fornisce ai suoi utenti anche un pratico catenaccio antifurto, con tanto di chiave e invito ad usarlo, nelle soste che si incontrano lungo i percorsi dello shopping o della camporella. L'occasione è in grado di fare l'uomo ladro, anche diversamente ladro: un ladro al contrario, che ruba proteggendo quella che non è la sua proprietà.

Nel giro di pochi mesi, chi ha fatto caso allo stato della cinquantina di nostre biciclette "pubbliche", si è potuto rendere conto che si sono create due categorie di bici. Una, che viene usata quotidianamente come cavallo a dondolo dei bimbi dei dementi della più varia estrazione sociale: niente di più comodo che un po' di sano divertimento su e giù per un sellino, senza neanche necessitare di tessera e attenzione al traffico. Quelle bici sono naturalmente distrutte: sellini inclinati di 90°, catene di trasmissione fuoriuscite come budella di animali asfaltati, cestini colmi di ogni gomma americana di ogni marca in commercio e anche vintage.

La seconda categoria è costituita dalle bici che vengono realmente usate. Da una sola persona, però. Vengono manutenute, è chiaro: sono perfette. Gomme sempre gonfie, cestini cromati, addirittura qualcuno ha personalizzato definitivamente l'altezza di un sellino, sostituendo la levetta azionabile a mano con un bel dado, molto più stabile e sicuro. Il prezzo di quella manutenzione non richiesta, ma resa necessaria dall'incuria con cui gli amministratori gestiscono questo bel servizio, è il catenaccio con cui i "proprietari" delle bici le assicurano alla colonnina, impedendo a chiunque altro di usarle, anche se debitamente tesserato, anche se il meccanismo di rilascio delle bici - quello automatizzato, che viene messo in moto dal riconoscimento delle tessere - le concede volentieri.