Cineclub Ludovico:

Venerdì 12 marzo il cineclub Ludovico propone - per la rassegna Penny Arcade - il film "The Shout" di Jerzy Skolimowsky. L'appuntamento è nella sala Teatrino dell'ex convitto Palmieri alle ore 20:30.

“L’urlo” o “Il grido” è il titolo originale sia del film che del racconto da cui è tratto; in Italia il film ha preso il titolo “L’australiano” (un ottimo titolo, come ben sa chi ha visto il film), forse per evitare confusioni con altri film, come “Il grido” di Antonioni.
Robert Graves (1895-1985) è uno scrittore inglese, autore di autentici bestsellers, oggi un po’ troppo dimenticato. Oltre alla narrativa, si è dedicato all’antropologia, alla storia delle religioni (scrivendo libri notevoli sui miti antichi e moderni), e alla storia antica, soprattutto a quella romana: il suo romanzo più venduto, a suo tempo famosissimo, è infatti “Io, Claudio”, dedicato all’imperatore romano. Ma “The shout” racconta tutt’altra storia, è ambientato nella campagna inglese e parla dell’intrusione, dell’Altro, un Altro misterioso e inquietante che sconvolge la vita di una coppia tranquilla, marito e moglie ancora giovani e che si trovano molto bene tra di loro, forse addirittura si amano ancora.

Nel film, lui è un musicista e forse un fisico; oltre a suonare l’organo in chiesa, raccoglie suoni e ne studia l’altezza e le frequenze. Ha uno studio attrezzatissimo sul quale il regista indugia molto, ed è ovviamente un particolare che in Graves non c’è.

Oggi le attrezzature di registrazione possono sembrare obsolete (all’epoca non lo erano), sono riprese in un modo che cattura lo sguardo, e che suggeriscono, anch’esse, un altro mondo: ben impersonato dal cagnone che fa compagnia al padrone di casa. Il cane, come si sa, ha un udito diverso dal nostro: capta suoni che per noi sono irraggiungibili, e la sua vista copre uno spettro diverso dal nostro: vede colori che noi non vediamo ed è cieco per colori che noi vediamo. Inoltre, per i cani il primo dei cinque sensi è l’olfatto, e non la vista. Per molti versi, si può dunque dire che un cane vive in un mondo diverso dal nostro, quasi un mondo parallelo che però si interseca con il nostro. Va detto che l’organista ha qualcosa da nascondere: una relazione con una ragazza giovane e bella, molto vitale. Tutti quanti, marito, moglie, ragazza, prete e fedeli, vivono in una piccola e gradevolissima cittadina nella campagna inglese, quanto di più quieto e tranquillo si possa immaginare, un mondo ancora a misura d’uomo.

In questo mondo quieto fa la sua irruzione un uomo misterioso, che si chiama Crossley. Non lo vediamo dall’inizio, arriva pian piano, quasi invisibile. Ne percepiamo prima l’esistenza, in modo quasi subliminale; poi, appare come se entrasse nella pellicola da un lato, da un margine; una volta entrato ed impostosi fisicamente, quasi come il Tartufo di Molière, riuscirà a introdursi nella casa e senza parere ad avere un’enorme influenza sulla moglie del musicista. Crossley fa racconti strani e inquietanti, dice di aver soggiornato a lungo in Australia, di aver convissuto con gli aborigeni, di aver sposato una delle loro donne, e di avere imparato le loro arti magiche. In particolare, racconta ancora l’uomo, egli è in grado di emettere un grido misterioso, che può uccidere tutto quanto vive nei dintorni, fin dove il grido può giungere.

E’ un racconto che basa molto del suo fascino sull’atmosfera, oltre che sul mistero e sul soprannaturale. Vi si parla, tra le altre cose, della cultura degli aborigeni d’Australia: il film viene girato pochi anni dopo “L’ultima onda” di Peter Weir, e ne riprende alcuni temi e alcune suggestioni. Va detto che nel film di Weir la cultura aborigena è trattata con maggior rispetto, e che qui viene usata come potente suggestione; ma il tema dell’anima che può entrare negli oggetti, e degli oggetti che possono governare la volontà delle persone, è un tema centrale in entrambi i film. All’inizio degli anni ’70 il mondo degli aborigeni australiani era ancora inesplorato, del tutto inedito e anomalo per uno spettatore europeo. Il primo film a portare sullo schermo da protagonista un aborigeno australiano fu “Walkabout” di Nicholas Roeg, al quale seguì “L’ultima onda” di Peter Weir, entrambi interpretati da David Gulpilil. Va dato però merito a Robert Graves, lo scrittore inglese, di aver affrontato con correttezza il tema in anni molto lontani, quando l’antropologia era ancora un argomento per pochi studiosi. Inoltre, nel racconto originale, Graves collega l’urlo misterioso alla nostra classicità, ai gridi di guerra, all’urlo che emetteva Enea in battaglia, al mitico grido di Pan del quale oggi serbiamo ancora il ricordo in una nostra parola, “panico”.

Il panico impresso nell’ “Urlo” da Edvard Munch, l’urlo deflagrante che deforma la strada con la forza della sua disperazione, il picco massimo nella storia della rappresentazione visiva dell’angoscia di vivere; chi guarda, sbatte contro quell'ansia e vi riconosce la propria, proprio come accadrà allo spettatore di “The Shout” nel momento in cui rimarrà imbavagliato nella vicenda rabdomantica e iniziatica del personaggio del capolavoro di Skoliwmoski.